Maura Ghiselli

Il pensiero uccide l'ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile

Il giro del mondo in un castello neogotico.

http://www.artribune.com/2014/07/il-giro-del-mondo-in-un-castello-neogotico-lecuador-a-genova/

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Si dice che tra l’Ecuador e Genova esista un legame di interscambio le cui cause non sono ancora del tutto note neanche agli antropologi. In passato gli immigrati liguri in cerca di fortuna oltreoceano scelgono di stabilirsi nelle città dell’Ecuador, e oggi si verifica il fenomeno opposto, la rotta della migrazione si inverte e Genova diventa una città di riferimento per la comunità ecuadoriana in Italia.
Un legame di reciproco interesse che si identifica anche nella ricerca proposta dal Museo delle Culture del Mondo con la rassegna Ecuador al Mundo: un viaje por su historia ancestral, che analizza i molteplici aspetti del patrimonio storico ecuadoriano:  partendo dallo studio del territorio, i cui diversi ecosistemi  hanno consentito la sopravvivenza altrettanti gruppi umani, si riscoprono i rituali e la complessa spiritualità appartenuti a una nazione polietnica, ma di cui ogni differente espressione culturale è contaminata da un radicato substrato simbolico e dalla compenetrazione tra l’indagine metafisica e la spiccata attitudine all’osservazione e all’ascolto della natura.

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Un’architettura invisibile, da costruire su tutta la terra.

http://www.artribune.com/2014/05/unarchitettura-invisibile-da-costruire-su-tutta-la-terra-superstudio-vintage-a-genova/

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Esposta alla Biennale di Venezia del 1978, ma tuttavia ancora attuale, La Moglie di Lot è  un’essenziale struttura di metallo, pulita e sobria, pensata e progettata, non a caso, da chi per mestiere fa l’architetto. Il progetto proposto da Superstudio ricorda come il succedersi dei minuti, delle ore e dei giorni, inesorabile cadenza di goccioline, alteri la forma e il significato dei corpi, mostrandone la vera essenza; mentre l’attesa inerte, al contrario, ne fossilizza la sostanza. Proprio come le Sacre Scritture raccontano sia accaduto alla moglie di Lot, la quale, disobbedendo all’ordine divino di non guardarsi mai indietro, getta lo sguardo alle sue spalle e diventa una “statua di sale”. In questo modo Superstudio suggerisce una riflessione sulla forza del tempo in rapporto alla mutazione percettiva e funzionale dei corpi, dimostrando il legame di corrispondenza tra la forma simbolica e il significato reale.

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Imperfetta, impermanente, incompleta.

http://www.artribune.com/2014/05/imperfetta-impermanente-incompleta-pittura-giapponese-a-genova/

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Imperfetta, impermanente e incompleta” è un mantra della filosofia buddhista, secondo la quale tutte le cose, come le onde del mare, sono in evoluzione continua. E proprio da questo concetto di mujo si sviluppa e determina tutta l’estetica giapponese, da Confucio all’attualità, in maniera lineare e coerente, sempre fedele a questa forma mentis, che è condizione e presupposto per godere al meglio del momento presente.

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Filosofia e teologia, in Giappone, hanno avuto la tendenza a essere strettamente connesse con le pratiche dell’arte, dalla pittura alla calligrafia, passando per tutta una serie di cerimoniali, vissuti e interpretati come forme di rappresentazione estetica. Anche per questo l’occasione genovese è importante.

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Una ricca collezione, acquisita in Giappone durante il periodo Meiji, viene infatti finalmente offerta al pubblico completata da 77 nuovi dipinti che spaziano dalle opere grafiche della Scuola Utagawa alle stampe di Hokusai e Hiroshige, e che negli ultimi vent’anni sono stati restaurati sotto la guida scientifica di Donatella Failla, direttrice del museo genovese, con il contributo della Fondazione Sumitomo e del Tōkyō National Research Institute for Cultural Properties dell’Agenzia Giapponese per gli Affari Culturali.

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Un lavoro curatoriale ambizioso e attento, che guida e orienta il pubblico attraverso un percorso di conoscenza iconografica e culturale chiaro e logico. Con criteri espositivi semplici, a tratti didattici, ma sempre tesi a fornire gli strumenti necessari per comprendere la poetica del progetto e il suo contesto storico-intellettuale.

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Un lavoro curatoriale ambizioso e attento, che guida e orienta il pubblico attraverso un percorso di conoscenza iconografica e culturale chiaro e logico. Con criteri espositivi semplici, a tratti didattici, ma sempre tesi a fornire gli strumenti necessari per comprendere la poetica del progetto e il suo contesto storico-intellettuale.

L’equilibrio spaziale che è possibile percepire visitando le diverse sezioni su più piani del museo viene colto immediatamente, perché la ricerca estetica e spirituale è l’indiscutibile fil rouge che unisce tra loro la grafica e la scultura, gli oggetti d’uso comune e le antiche armature dei samurai. Un percorso che, paradossalmente, arresta ogni movimento a favore di una serena e continua sensazione di essere arrivati da subito a un istante in sé completo e assoluto, isolato da quel percorso ascetico che consente alla sensibilità dell’artista di “stabilire la propria mente nell’onnicomprensiva e immacolata, trasparente Via del Nulla” (Motokiyo, Zeami).

Scambio di Visioni

http://www.napoliclick.it/portal/scambio-di-visioni/349-scambi-di-visioni-maura-ghiselli.html

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D. Raccontati

R. Ho Frequentato l’Accademia di Belle Arti di Genova e la Facoltà di Bellas Artes all’Univesitad Miguel Hernandez di Altea, in Spagna. Mi sono laureata in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo e ho frequentato un Master di Tecniche della Fotografia alla Fondazione FORMA di Milano.
Il mio percorso comincia con la pittura, per definirsi in maniera più consapevole con l’introduzione del mezzo fotografico.

Iniziata come una semplice sperimentazione di tecniche e strumenti alternativi a matita e pennello, con gli anni la fotografia è diventata la mia principale forma di espressione artistica.

D. Cosa rappresenta per te ‘Scambio di visioni’?

R. Partecipare ad una selezione è sempre una prova. L’arte è una disciplina che può essere praticata esclusivamente per piacere personale, nessuno è obbligato a diffondere la propria creatività, però talvolta è stimolante mettersi alla prova e ricevere un tornaconto, per avere la consapevolezza dell’effettivo valore del lavoro svolto.

D. E’la prima volta che partecipi a una mostra fotografica?

R. No, nel corso di questi ultimi 5 anni ho partecipato a diverse rassegne collettive, una fra tutte l’edizione del 2012 di “Scambio di Visioni”, per la quale sono stata selezionata presentando una fotografia che fa parte di un progetto di ricerca sull’architettura e la vita nei quartieri sub-urbani delle grandi metropoli.

D. Descrivici la foto che hai scelto di presentare al concorso, raccontaci quando l’hai scattata

R. Le fotografie presentate sono state scattate a Genova, nel Cimitero Monumentale di Staglieno. In particolare entrambe le immagini ritraggono due opere di scultura cimiteriale di alto livello spirituale e artistico. Per esempio, una delle immagini proposte, è un’interpretazione fotografica della famosa tomba Lavarello, ultima opera di Demetrio Paernio, una scultura che definisce il passaggio ultimo dell’artista, nel dialogo tra la ragazza ritratta e la morte.

D. Perché hai scelto di presentarla al concorso?

R. L’idea è stata quella di reinterpretare l’opera d’arte, riproponendola attraverso una visione personale. Ho provato ad intervenite sulla percezione del soggetto, generando in questo modo un vero e proprio “Scambio di visioni”.

D. Raccontaci cosa rappresenta per te la fotografia

R. Questo progetto è un tentativo di dimostrare come  l’intervento espressivo della sorgente luminosa all’interno di una composizione è, al pari della sensibilità, dell’immaginazione e della consapevolezza dell’artista, strumento determinante dell’essenza stessa dell’opera d’arte e del suo significato: la Luce non ha il compito di aiutare a mettere in scena una realtà che il nostro occhio è quotidianamente in grado di vedere senza l’ausilio di nessuno sforzo immaginativo, piuttosto è il soggetto impalpabile che permette all’osservatore di avere una visione globale ed immediata dell’immagine, e della sua funzione comunicativa.

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D. Un personaggio -famoso o meno- che vorresti fotografare e perché

R. Se fosse ancora in vita, mi piacerebbe ritrarre Charles Bukowski, il motivo, o meglio, i motivi, sono però molto banali. E’ una figura che mi affascina molto, da molteplici punti di vista, sia fisiognomici che umani, oltre, ovviamente per il fatto che è uno degli scrittori che più ha ispirato il mio percorso creativo e la mia vita in generale.

D. Un fotografo da cui vorresti essere ritratto

R. Da Bruce Nauman. Mi piacerebbe che replicasse su di me il suo incredibile “Self-Portrait as a Fountain”.

D. Il tuo fotografo preferito

R. Se devo fare un unico nome, sicuramente dico Nan Goldin.

Un’architettura presente e invisibile da costruire un giorno da qualche parte.

http://www.artribune.com/2014/05/unarchitettura-invisibile-da-costruire-su-tutta-la-terra-superstudio-vintage-a-genova/

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C’è fermento a Genova in occasione del vernissage di Superstudio, a Pinksummer, location strategica dedicata alle correnti concettuali che fanno tappa in città e che da oltre dieci propone un concept espositivo coerente e definito, che suggerisce una ricerca artistica estranea a vincoli formali ed estetici, e proponendo, piuttosto, una poetica sviluppata sul valore dell’Idea che costruisce il lavoro dell’artista.
E anche l’incontro con l’attività di Superstudio rimane in linea con la cultura di una ricerca creativa la cui piena e completa comprensione ha bisogno di tempi comodi, di durevoli riflessioni, di essere predisposti al ragionamento, andando oltre al concetto di pura visibilità.
Originariamente esposta in occasione della Biennale di Venezia del 1978, ma tuttavia ancora assolutamente attuale, La Moglie di Lot è un’essenziale struttura di metallo, pulita e sobria, pensata e progettata, non a caso, da chi per mestiere fa l’architetto.
Il corpo principale dell’installazione include una serie di vasche all’interno delle quali sono stati collocati dei modelli in sale di famose architetture estrapolate dal patrimonio storico-iconografico comune, una piramide, un anfiteatro , una cattedrale, il Palazzo di Versailles e il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier .

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Sopra a questa prima costruzione si sviluppa un secondo complesso di elementi a sostegno di un imbuto che gocciola acqua sui modelli di sale, disgregandoli e facendo affiorare ciò che è contenuto al loro interno, una struttura di fili di ferro emerge dalla piramide, un modello di insediamento abitativo nasce dal discioglimento dell’anfiteatro, e così via, con il fine di dimostrare il legame di corrispondenza tra la forma simbolica di un corpo ed il suo reale significato funzionale e pratico.
Articolata ma lineare allegoria, La Moglie di Lot ricorda come il succedersi dei minuti, delle ore e dei giorni, inesorabile e ritmata cadenza di goccioline, altera a muta la forma e il significato dei corpi, mostrandone la vera essenza, così come, l’attesa inerte, al contrario, ne fossilizza la forma e la sostanza, proprio come le Sacre Scritture raccontano che sia accaduto alla Moglie di Lot, la quale, disobbedendo all’ordine divino di non guardarsi mai indietro, getta lo sguardo alle sue spalle e diventa una “statua di sale.”
Il sale è considerato sinonimo di purificazione, ma contestualmente anche simbolo di distruzione, a causa della sua inclemente attività corrosiva. E La Moglie di Lot ne re-interpreta il significato in maniera quasi pedagogica, suggerendo una riflessione sulla forza del tempo in rapporto alla mutazione formale, percettiva e funzionale dei corpi, il cui aspetto è alterato proprio da un ciclo perpetuo che tutto trasforma e nulla   distrugge.

The end of the process- Recensione per Exibart.com

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=38195&IDCategoria=75

Davanti ad un’immagine o, come in questo caso, ad una serie di immagini, non è mai banale fermarsi, quasi subito, a sviscerare ed analizzare quella che mi piace chiamare “l’iconologia del colore”, o meglio, i richiami reali o sensoriali che l’utilizzo di una determinata tavolozza cromatica determinano sulla percezione di ciò che stiamo osservando.
Il percorso visivo proposto da Pietro Mele quasi ci costringe a superare la pura visibilità della forma e dello spazio, alla ricerca di corrispondenze emozionali tra mondo oggettivo e sensazioni soggettive, proprio a partire dalle istintive suggestioni stimolate da specifiche scelte cromatiche.
È così che un’atmosfera giorgioniana avvolge e coinvolge irrazionalmente lo spazio, che per primo diventa una forma di citazione simbolica, dai richiami decisi a predefinite situazioni e sensazioni inconsce.
Figure e paesaggio sembrano accorparsi come se ci si trovasse davanti ad un’interpretazione moderna di pittura tonale, che sfuma i contorni e i colori per creare effetti di compenetrazione spaziale.
Quasi alla stessa maniera in cui Giorgione dipinge la sua Tempesta, Pietro Mele è stato in grado di riprodurre quel particolare momento di luce che precede i temporali all’ora del crepuscolo, quando l’aria è densa di umidità ma lo spazio che ci circonda è ancora illuminato dagli ultimi raggi del crepuscolo.

Un completo equilibrio tra forme e spazio, tra Cielo e Terra, tra soggetti e azione.
In questo modo il percorso visivo intrapreso da Out of Process arriva agli occhi e alla percezione dell’osservatore come una ricerca di sensazioni di origine innata, generate istintivamente dal nostro inconscio.
Questi richiami mentali generati quasi in maniera involontaria dalla mente sono quindi collettivi ed universali, concepiti da quello che Jung ha chiamato il nostro inconscio collettivo.
Pietro Mele ci propone tacitamente una chiave di lettura dominata da condizionamenti ambientali, appartenenti ad un determinato background culturale e iconografico, i quali vengono parafrasati attraverso il pensiero, il sentimento, la sensazione e l’intuizione.
Un archetipo visivo di cui si serve l’artista come principio intellettuale dal quale si sviluppano le idee che consentono all’individuo di interpretare ciò che osserva e sperimenta.

Era Superba

http://genova.erasuperba.it/interviste/maura-ghiselli

D: Come e quando è cominciato il tuo interesse per l’arte?

R: Ho iniziato a “pasticciare” con matite e pennarelli quando ero ancora sul seggiolone, e non ho mai smesso di divertirmi in questo modo. Il bisogno impellente di creare immagini fa parte di me praticamente da sempre.

D: Quali tecniche usi? E qual è la tua tecnica preferita?

R: Da diversi anni ho deciso di mettere momentaneamente da parte le mie ricerche grafico-pittoriche per dedicarmi totalmente alla fotografia.  E’ una tecnica più immediata che mi consente di raggiungere più facilmente e meglio i miei obbiettivi.

D: Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano nel realizzare le tue opere? Quali i luoghi in cui ti piacerebbe esporre in futuro?

R: Amo moltissimo camminare per il centro storico con la mia macchina fotografica al collo. I vicoli di Genova sono uno dei luoghi più conturbanti ed eccitanti che abbia mai visitato. Ma sono affascinata anche dalla periferia industriale della città, per esempio ho lavorato molto sul quartiere di Cornigliano, pre e post acciaierie.

Per quanto riguarda invece le mie ambizioni future, devo ammettere che mostre e vernissage mi mettono una certa ansia, e al solo pensiero di programmare un’esposizione vengo colta dal  panico. Qualcuno avrà certamente notato che, come mia abitudine, ho disertato anche l’inaugurazione alla Loggia.

Diciamo, però, che questa incorreggibile ritrosia verso le pubblic relation, non preclude la mia partecipazione attiva e assolutamente sentita alla vita artistica e culturale, genovese e non solo.

D: Sei stata una degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?

R: Nella maniera più assoluta. Ogni tanto questa città sottovaluta il valore sociale della cultura e dell’arte, e questo è un errore impagabile.

D: Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte? Ci racconti quali sono a tuo parere i “progetti di eccellenza” che caratterizzano Genova?

R: Io credo che il compito delle istituzioni di questa città, non dovrebbe essere solo quello di offrire al cittadino l’annuale  grande evento che porta in città qualche gettonato nome dell’arte Moderna internazionale, ma anche e soprattutto la presa di  coscienza del fatto che l’arte contemporanea è quella che si sta facendo adesso, per cui è necessario incentivarla, premiarla e dare ad essa un’opportunità concreta di sviluppo e divulgazione. E’ indispensabile che le diverse realtà del panorama artisti e culturale genovese imparino ad assumersi la responsabilità di scommettere ed investire sull’arte di adesso.

In tal senso credo sia molto interessante il ciclo di incontri-evento che si tiene periodicamente al museo di Villa Croce, Cartabianca, un progetto d’arte, temporanea e compartecipata, che si propone di interagire con gli spazi collaterali e i servizi offerti dal Museo d’Arte  Contemporanea Villa Croce per innescare dinamiche relazionali, che vadano a coinvolgere la città che lo ospita, intessendo relazioni con le principali città italiane, attraverso un ciclo di mostre volte a descrivere l’emergente e vitale nell’ambito dell’arte contemporanea. (da http://www.cartabiancaitalia.com)

             

D: Tra le tue collaborazioni c’è quella con la galleria d’arte Satura. Com’è la situazione delle gallerie in città?

R: Penso che le gallerie, così come Accademie e Associazioni Culturali, quali enti di promozione culturale ed artistica, siano tenute a collaborare attivamente allo sviluppo dell’arte contemporanea della città.

Il mercato dell’arte, soprattutto sul territorio ligure, vive grazie al contributo del collezionista. Che attualmente concentra il suo interesse verso  una forma di acquisto definita generalmente con il termine “investimento”.

L’idea comune, che necessita di essere esorcizzata, soprattutto dalle gallerie genovesi, è quella di orientarsi verso ciò che ha già valore: se si riesce a dare visibilità e mercato ad un prodotto di qualità senza che questo sia firmato da un grande nome, il collezionista imparerà ad orientare il suo interesse anche verso ciò che è realmente nuovo, e il circuito artistico contemporaneo non morirà.

Questo richiede competenze specifiche, entusiasmo e, inizialmente, la consapevolezza di un minore riscontro economico a breve termine.

E questa, secondo me, è una sfida che le gallerie genovesi devono essere pronte ad affrontare.

D: Genova ha da poco un nuovo Sindaco. Quali pensi dovrebbero essere i provvedimenti da adottare per sostenere gli artisti e più in generale chi opera in questo settore?

In un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, chiedere fondi può risultare un tantino spregiudicato.

L’unica forma di vero sostegno per questo settore  è pretendere professionalità e dedizione dagli addetti ai lavori, e controllare in maniera rigorosa al fine che ciò avvenga realmente.

Io voglio che chi si occupa della cultura e dell’arte sia davvero motivato per farlo in maniera competente e disinteressata.

D: Tu hai studiato all’Accademia di Belle Arti. Nei mesi scorsi si è parlato di una situazione di difficoltà, con il rischio addirittura di chiudere. Pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti? Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?

R: Credo che una formazione accademica, se così la si vuole chiamare, sia necessaria per acquisire la corretta consapevolezza delle proprie potenzialità e per provare a trovare la strada giusta per esprimerle al meglio.

E poi il termine “formazione accademica” non significa solamente imparare a dipingere ad olio bottiglie di vetro o nature morte, significa soprattutto studiare l’arte in tutti i suoi aspetti, sviscerarla ed analizzarla in relazione alla contemporaneità ed al periodo storico in cui è stata prodotta. La conoscenza di ciò che accade o che è accaduto, ci servirà come background indispensabile per iniziare in maniera cosciente e onesta il nostro percorso creativo.

Così come vale per l’avvocato, il medico o il notaio, altrettanto vale per chi lavora e produce nel campo dell’arte e della cultura: per acquisire la “conoscenza” è necessario studiare, mettersi alla prova e farsi giudicare per risultati e capacità.

Ciò non toglie che, a parer mio, l’ente Accademia, abbiamo contribuito molto poco al reale inserimento dei suoi studenti nello scenario artistico e culturale della città.

D: In senso più ampio, pensi sia possibile trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione?

R: Voglio credere che sia possibile. Anche se purtroppo nonostante passione e competenza, sono da sempre molto rari i casi in cui l’artista riesce a sfruttare professionalmente il suo talento e le sue capacità.

Credo che questo sia un problema sociale del quale sarebbe necessario analizzare molti aspetti, uno fra questi l’inflazione di queste nuove figure, i cosiddetti “creativi”, che spesso improvvisano il mestiere ed ingombrano un mercato già di per sé poco attivo.

D: A cosa stai lavorando per il futuro?  

R. Mi piacerebbe portare avanti il mio progetto fotografico sul centro storico, magari cercando di conoscere meglio le diverse realtà che lo caratterizzano e provando ad allontanare con delicatezza la comprensibile diffidenza di chi lo abita, per riuscire ad intraprendere un percorso realmente costruttivo, di comprensione e comunicazione con il territorio.

Mare Lybicum- Recensione per Galleria Studio 44

http://galleriastudio44.blogspot.it/2012/05/mare-libycum-una-lettura-critica.html

La materia è nervosa e pesante.

La materia è l’ impalpabile trasparenza dell’acqua, del mare, delle onde.

E così si rivolta contro se stessa, affermando la propria identità ed insieme negandola, parafrasando la consistenza organica, solida e tangibile di cui è fatta con sentimenti di indefinita ricerca .

Rievocazione di una rotta perduta,  un destino da seguire, un futuro ancora ignoto.

Una concettualità baudelairiana secondo cui l’opera d’arte contiene in sé il suo contrario, la resistenza al proprio essere, come il ritmo perpetuo delle onde che viene soffocato dalla lenta pesantezza del legno.

Il mondo delle forme simboliche non segue la logica razionale o geometrica, ma l’antinomia è solo semantica, perché quello che conta è la reale percezione di ciò che stiamo osservando.

Mare Libycum suggerisce un’interpretazione sensibile della realtà, propronendo un’analisi del significato la quale parte dal presupposto che oggi  la nostra vista davanti all’arte Moderna ha una maggiore estensione, e di decodificazione concettuale e di decodificazione emotiva.

Elemento rilevante di questo forma mentis è l’intervento di una dimensione melanconica e insieme disperata, inquieta e insieme dinamica, propria di un’estetica della coscienza in perenne condizione di incompiutezza e in continuo divenire.

L’iconografia di Mare Libycum è l’emblema dell’instancabile  ricerca dell’Io e della propria consapevolezza, è la combinazione ideale dell’attimo e della totalità, del movimento e della forma, del presente verso il futuro.

Koo Jeong-a – Recensione per Exibart.com

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=37296&IDCategoria=1

20.

Femminile, pari, negativo.

20 come cambiamento, presagio di riuscita e di risveglio.

20, come il numero delle immagini che Koo Jeong-A, propone in occasione della sua seconda mostra personale alla Galleria Pinksummer di Genova.

20, infine, è il numero che dà il nome al titolo di questo progetto, attraverso cui l’artista coreana  racconta di aver voluto percorrere e sviscerare l’esperienza del Maestro Im Hak e del suo viaggio mistico tra India e Corea, praticando l’antica tecnica del Doon Gab Sol,alla base della qualesta la concezione che l’uomo possa essere in grado di cambiare la sua percezione della realtà.

      

 

E’ ilviaggio alla scoperta di un universo magico e spirituale, in una dimensione di ordine superiore che esiste a ridosso della consistenza materiale del vivere quotidiano.

La meditazione, l’ascetismo, e la filosofia concettuale di  Koo Jeong-A     ci suggeriscono una maniera alternativa di vedere e considerare le parti del tutto, liberando il nostro Modus Pensandi dalla tradizionale concezione di spazio, tempo e significato.

«Siamo avvezzi a pensare che l’universo sia fatto di grumi di materia fluttuanti nello spazio vuoto: la materia è qualche cosa e lo spazio è il nulla. Ma è davvero una visione corretta?» , così scrive a proposito di Quarta Dimensione lo scrittore statunitense Rudy Rucker (Louisville, 22 marzo 1946) che pare presagire  la necessità di esplorare realtà diverse e forse più complete, che permetterebbero di comprendere meglio la profondità dell’esistenza.

E la poetica dell’artista coreana sembra in linea con questa definizione, quando, si serve della serie 20 come strumento per  raccontare il modo in cui la mente, il corpo e lo spirito possano sperimentare altri piani di realtà e potenziali di vita.

Koo Jeong-A intraprende questo percorso di intima ricerca interiore  attraverso una successione di immagini fortemente emozionali ed evocative, trasfigurate attraverso una re-interpretazione d luci, colori e forme estrapolate dall’oggettività del dato reale, risultato di un percorso intellettuale studiato e intrapreso con consapevolezza e coerenza.

The Joyful Mysteries of Junior – Recensione per Exibart.com

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=36723&IDCategoria=1

Nel cortile di Palazzo Ducale, centro nevralgico di quell’intellighenzia borghese che a Genova ancora non riesce a fare a meno di strizzare un po’ troppo spesso l’occhio al politically correct della grande arte del Novecento, da qualche giorno si respira un’aria nuova.

Accanto all’immancabile scolaresca in coda per un ticket ridotto che aprirà loro le porte all’annuale  grandeeventopertutti che la citta’ offre come di consueto a concittadini e turisti take away, da oggi, a pochi metri di distanza, tra le pareti della vicina Pinksummer, vertice dell’autentica avanguardia contemporanea della città, c’è anche Georgina e un po’del suo mondo di gaudente mistero.

E il mondo di Georgina è anche il mondo di Junior, la bambola di pezza che la Starr costruisce con le sue mani ai tempi del college e che da quel momento diventerà l’interprete e la metafora del suo Ego e della sua vita.

Un ventriloquo silente creato a propria immagine e somiglianza, uno strumento per veicolare e mettere in scena il dialogo costante col Se’.

Junior è la figura allegorica che riporta ognuno di noi a quel  background di ricordi intimamente legati all’atmosfera familiare della nostra infanzia, ma in questo caso la bambola di pezza nella quale vive lo spirito e la coscienza di Junior viene  privata dell’alone di protettiva serenità  proprio di quello che dovrebbe essere per antonomasia il suo ruolo sociale, perché concettualmente svincolato da ogni interpretazione iconografica precostituita.

In questo modo Junior diventa l’alter ego di Georgina, che attraverso il suo pupazzo di pezza ci parla della sua vita e delle sue angoscie e ci mette davanti ad una contesto in bilico tra ciò che già conosciamo e quella che è una vera  e propria esibizione introspettiva personale.

La Starr ci suggerisce una maniera meno convenzionale di interpretare la realtà, proponendo la lettura di un’esistenza  spesso  indissolubilmente intrappolata in un corpo che vuole raccontarci si sé, oltre ciò che è sterilmente visibile.

 

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