Era Superba

di Maura Ghiselli

http://genova.erasuperba.it/interviste/maura-ghiselli

D: Come e quando è cominciato il tuo interesse per l’arte?

R: Ho iniziato a “pasticciare” con matite e pennarelli quando ero ancora sul seggiolone, e non ho mai smesso di divertirmi in questo modo. Il bisogno impellente di creare immagini fa parte di me praticamente da sempre.

D: Quali tecniche usi? E qual è la tua tecnica preferita?

R: Da diversi anni ho deciso di mettere momentaneamente da parte le mie ricerche grafico-pittoriche per dedicarmi totalmente alla fotografia.  E’ una tecnica più immediata che mi consente di raggiungere più facilmente e meglio i miei obbiettivi.

D: Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano nel realizzare le tue opere? Quali i luoghi in cui ti piacerebbe esporre in futuro?

R: Amo moltissimo camminare per il centro storico con la mia macchina fotografica al collo. I vicoli di Genova sono uno dei luoghi più conturbanti ed eccitanti che abbia mai visitato. Ma sono affascinata anche dalla periferia industriale della città, per esempio ho lavorato molto sul quartiere di Cornigliano, pre e post acciaierie.

Per quanto riguarda invece le mie ambizioni future, devo ammettere che mostre e vernissage mi mettono una certa ansia, e al solo pensiero di programmare un’esposizione vengo colta dal  panico. Qualcuno avrà certamente notato che, come mia abitudine, ho disertato anche l’inaugurazione alla Loggia.

Diciamo, però, che questa incorreggibile ritrosia verso le pubblic relation, non preclude la mia partecipazione attiva e assolutamente sentita alla vita artistica e culturale, genovese e non solo.

D: Sei stata una degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?

R: Nella maniera più assoluta. Ogni tanto questa città sottovaluta il valore sociale della cultura e dell’arte, e questo è un errore impagabile.

D: Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte? Ci racconti quali sono a tuo parere i “progetti di eccellenza” che caratterizzano Genova?

R: Io credo che il compito delle istituzioni di questa città, non dovrebbe essere solo quello di offrire al cittadino l’annuale  grande evento che porta in città qualche gettonato nome dell’arte Moderna internazionale, ma anche e soprattutto la presa di  coscienza del fatto che l’arte contemporanea è quella che si sta facendo adesso, per cui è necessario incentivarla, premiarla e dare ad essa un’opportunità concreta di sviluppo e divulgazione. E’ indispensabile che le diverse realtà del panorama artisti e culturale genovese imparino ad assumersi la responsabilità di scommettere ed investire sull’arte di adesso.

In tal senso credo sia molto interessante il ciclo di incontri-evento che si tiene periodicamente al museo di Villa Croce, Cartabianca, un progetto d’arte, temporanea e compartecipata, che si propone di interagire con gli spazi collaterali e i servizi offerti dal Museo d’Arte  Contemporanea Villa Croce per innescare dinamiche relazionali, che vadano a coinvolgere la città che lo ospita, intessendo relazioni con le principali città italiane, attraverso un ciclo di mostre volte a descrivere l’emergente e vitale nell’ambito dell’arte contemporanea. (da http://www.cartabiancaitalia.com)

             

D: Tra le tue collaborazioni c’è quella con la galleria d’arte Satura. Com’è la situazione delle gallerie in città?

R: Penso che le gallerie, così come Accademie e Associazioni Culturali, quali enti di promozione culturale ed artistica, siano tenute a collaborare attivamente allo sviluppo dell’arte contemporanea della città.

Il mercato dell’arte, soprattutto sul territorio ligure, vive grazie al contributo del collezionista. Che attualmente concentra il suo interesse verso  una forma di acquisto definita generalmente con il termine “investimento”.

L’idea comune, che necessita di essere esorcizzata, soprattutto dalle gallerie genovesi, è quella di orientarsi verso ciò che ha già valore: se si riesce a dare visibilità e mercato ad un prodotto di qualità senza che questo sia firmato da un grande nome, il collezionista imparerà ad orientare il suo interesse anche verso ciò che è realmente nuovo, e il circuito artistico contemporaneo non morirà.

Questo richiede competenze specifiche, entusiasmo e, inizialmente, la consapevolezza di un minore riscontro economico a breve termine.

E questa, secondo me, è una sfida che le gallerie genovesi devono essere pronte ad affrontare.

D: Genova ha da poco un nuovo Sindaco. Quali pensi dovrebbero essere i provvedimenti da adottare per sostenere gli artisti e più in generale chi opera in questo settore?

In un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, chiedere fondi può risultare un tantino spregiudicato.

L’unica forma di vero sostegno per questo settore  è pretendere professionalità e dedizione dagli addetti ai lavori, e controllare in maniera rigorosa al fine che ciò avvenga realmente.

Io voglio che chi si occupa della cultura e dell’arte sia davvero motivato per farlo in maniera competente e disinteressata.

D: Tu hai studiato all’Accademia di Belle Arti. Nei mesi scorsi si è parlato di una situazione di difficoltà, con il rischio addirittura di chiudere. Pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti? Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?

R: Credo che una formazione accademica, se così la si vuole chiamare, sia necessaria per acquisire la corretta consapevolezza delle proprie potenzialità e per provare a trovare la strada giusta per esprimerle al meglio.

E poi il termine “formazione accademica” non significa solamente imparare a dipingere ad olio bottiglie di vetro o nature morte, significa soprattutto studiare l’arte in tutti i suoi aspetti, sviscerarla ed analizzarla in relazione alla contemporaneità ed al periodo storico in cui è stata prodotta. La conoscenza di ciò che accade o che è accaduto, ci servirà come background indispensabile per iniziare in maniera cosciente e onesta il nostro percorso creativo.

Così come vale per l’avvocato, il medico o il notaio, altrettanto vale per chi lavora e produce nel campo dell’arte e della cultura: per acquisire la “conoscenza” è necessario studiare, mettersi alla prova e farsi giudicare per risultati e capacità.

Ciò non toglie che, a parer mio, l’ente Accademia, abbiamo contribuito molto poco al reale inserimento dei suoi studenti nello scenario artistico e culturale della città.

D: In senso più ampio, pensi sia possibile trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione?

R: Voglio credere che sia possibile. Anche se purtroppo nonostante passione e competenza, sono da sempre molto rari i casi in cui l’artista riesce a sfruttare professionalmente il suo talento e le sue capacità.

Credo che questo sia un problema sociale del quale sarebbe necessario analizzare molti aspetti, uno fra questi l’inflazione di queste nuove figure, i cosiddetti “creativi”, che spesso improvvisano il mestiere ed ingombrano un mercato già di per sé poco attivo.

D: A cosa stai lavorando per il futuro?  

R. Mi piacerebbe portare avanti il mio progetto fotografico sul centro storico, magari cercando di conoscere meglio le diverse realtà che lo caratterizzano e provando ad allontanare con delicatezza la comprensibile diffidenza di chi lo abita, per riuscire ad intraprendere un percorso realmente costruttivo, di comprensione e comunicazione con il territorio.

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